Edek Osser e Tina Lepri | Il Giornale dell’arte

Roma. I meccanismi sono inceppati. Durante il nostro viaggio in 10 delle maggiori città italiane, tutte città d’arte o che ambiscono a diventarlo, è parso chiaro quanto sia precaria, irrazionale e spesso assurda e incongrua la gestione dei beni culturali. I drammatici tagli di risorse pubbliche e la drastica diminuzione di quelle private sono, si sa, tra le principali cause del degrado: insufficiente manutenzione e tutela, assenza di valorizzazione, musei chiusi o semichiusi, monumenti abbandonati. L’impotenza della struttura ministeriale e di tante soprintendenze si accompagna a quella di istituzioni locali scoordinate, prive di idee e comunque senza i mezzi per realizzarle.
Poveri musei
La situazione dei musei è ormai precaria ovunque. Il disagio colpisce anche quelli maggiori, costrette a chiusure parziali per mancanza di custodi. A Roma accade perfino alla Galleria Borghese (da agosto senza un bar) e a Palazzo Barberini che nel suo sito internet si scusa e mette in guardia i visitatori: «Nei giorni festivi, a causa della carenza di personale, potrebbe verificarsi la necessità della chiusura di alcune sale». Succede a Napoli (Capodimonte, Archeologico), e a Firenze: non agli Uffizi, ma in altri meno famosi, con orari accorciati come allo Stibbert. Altrove i musei «minori» affondano: a Palermo chiudono, per esempio, il Museo del Risorgimento, inaugurato da appena due anni, insieme con l’Istituto di Storia Patria; l’apertura di Palazzo Abatellis, quello di Antonello e del celebre «Trionfo della Morte», è legata al caso e all’arbitrio del personale. A Genova l’antico, importante Museo dell’Accademia Lingustica, di fronte a Palazzo Ducale, è rimasto con il direttore e un solo dipendente. Le città fanno i conti con beni che rendono poco anche in termini culturali: pochi visitatori, introiti vicini a zero. Così vengono abbandonati si inaridisce la fama dell’Italia come «museo diffuso». A Genova non accade soltanto ai musei minori: il Chiossone è il più importante d’Europa per l’arte giapponese, ma ha solo 16mila visitatori all’anno. Anche il destino dei musei di Nervi è incerto. Il sindaco della città, Marco Doria, dice con dolore che, data la situazione drammatica del bilancio comunale, è costretto a puntare «sulle eccellenze», cioè Palazzo Ducale e i Musei di Strada Nuova (sito Unesco).
Il problema «gestione»
La crisi non riguarda soltanto i singoli musei, investe tutte intere le città che hanno cercato di rinnovarsi, di affiancare alla loro storica vocazione industriale o commerciale, quella del turismo e della cultura per diventare «città d’arte». Con forti investimenti hanno creato spazi espositivi, musei nuovi o rinnovati, eventi (mostre, fiere, convegni, festival ecc.) proprio per sviluppare un’ economia diversa. Torino è l’esempio più clamoroso. Negli ultimi 10 anni, con fondi europei, statali, regionali, comunali, di fondazioni private, ha investito oltre un miliardo secondo una precisa strategia di cambiamento. Il volto e l’immagine della città sono trasformati. Con strutture culturali eccellenti, i visitatori in vent’anni sono passati da 600mila a 4,3 milioni, e i musei da 20 a oltre 50. Ma il meccanismo è pesante e non sopravvive senza il sostegno pubblico e privato: il forte aiuto delle fondazioni San Paolo e Crt si è ridotto, Regione e Comune non ce la fanno a gestire l’imponente infrastruttura creata. Tentano di superare questa fase drammatica cercando di accorpare gli organismi di gestione, per razionalizzare e fare economie di scala. Intanto lo Stato si ritira e non mantiene gli impegni (stenta a pagare i 2 milioni di euro all’anno dovuti alla Reggia di Venaria). Quello di Torino è comunque un caso a parte: in questi anni qui hanno lavorato e investito insieme tutte le istituzioni secondo precisi piani condivisi. Non è accaduto altrove.
Non mancano solo i soldi
A Bologna, Genova, Milano, ma anche a Palermo e perfino a Bari, l’idea di trasformarsi in città d’arte si è tradotta in uno sviluppo confuso, non coordinato per la mancanza di un progetto organico, interrotto poi dalla crisi. Come a Bologna che, secondo l’assessore comunale alla cultura Alberto Ronchi, «non ha mai coltivato il turismo culturale, né promosso il suo patrimonio». Sotto la pressione della crisi, il Comune ha dato il via a una organizzazione integrata dei suoi 11 musei finora «nel caos», secondo Ronchi, e unisce la Gam (una delle sue eccellenze) al museo Morandi. Ma la città resta in bilico: manca anche qui una vera politica della cultura, ciascuno agisce per suo conto e ancora una volta si sacrificano i piccoli musei, veri gioielli, come quelli scientifici dell’Università. Assente lo Stato: non finanzia più la famosa Pinacoteca Nazionale che sopravvive a stento ed è diventata marginale per prestigio e numero di visitatori. In realtà Bologna sconta in pieno anche lo scarso coordinamento tra istituzioni: la fondazione bancaria Carisbo, grande mecenate della città, che il presidente (per 12 anni) Fabio Roversi-Monaco ha appena lasciato, si è creata un proprio circuito culturale, Genus Bononiae, con grandi investimenti, aprendo palazzi e musei di alto livello che ancora non fanno sistema con le altre strutture cittadine che, isolate, dipendono dalla Fondazione ma rischiano il collasso. A complicare il quadro, la debolezza dello Stato e delle Soprintendenze, devitalizzate, impoverite, isolate dal loro Ministero.
Troppo turismo è un rischio
Eccezioni in un quadro negativo nel quale il bene culturale non riesce a diventare volano di sviluppo malgrado le buone intenzioni, sono Firenze e in parte Roma. Due realtà autonome e forti di eccellenze artistiche che consentono una gestione economica attiva e possono permettersi di tenere aperti, pur con forti limitazioni, musei e monumenti poco visitati. A Firenze lo Stato ha gli Uffizi (1,75 milioni di visitatori), che sta realizzando il previsto raddoppio (ma ci vorranno anni), l’Accademia (1,25 milioni), Palazzo Pitti. Riesce con fatica, a prezzo di chiusure e orari parziali, a tenere aperti gli altri 18 luoghi d’arte statali della città. La crisi colpisce soprattutto la musica: il Nuovo Teatro dell’Opera (200 milioni di euro) non è ancora finito, il Maggio Musicale, commissariato, rischia di scomparire ucciso dai debiti (35 milioni). Il suo direttore principale, Zubin Mehta ha lanciato un appello disperato: «Non lasciateci morire!». Anche su Firenze pesa la mancanza di «visione», di un progetto culturale per la città, che continua a vivere di rendita sulle sue straordinarie bellezze. Restano problemi di fondo che incidono sulla vita degli abitanti. Il turismo di massa schiaccia e isola i cittadini perché, secondo lo storico dell’arte fiorentino Carlo Sisi, «anche questo è diventato un “non luogo” della cultura, i fiorentini sono soltanto ospiti, circondati da bellezze delle quali non sanno nulla: godono di una eredità che non conoscono. Firenze è un negozio di luoghi eccelsi di deportazione turistica, una vetrina devoluta al turismo, senza autocoscienza». Una perdita di identità che in modi diversi colpisce anche Venezia, dove l’immagine è quella di una città aggredita, divorata da un turismo (25 milioni all’anno) che la fa vivere ma la consuma. A Venezia si avverte con più violenza la minaccia alla struttura urbana, tanto preziosa e fragile. I rischi sono tanti: il passaggio delle grandi navi davanti a San Marco, la radicale trasformazione del Fondaco dei Tedeschi in grande magazzino, le immense pubblicità in piazza San Marco e dintorni (ora sul Ponte di Rialto) mentre incombe il progetto Palais Lumière, un grattacielo di 250 metri a Marghera di fronte alla città, per ora bloccato. Sfruttamento e vendita dell’ immagine però non bastano e il Comune, sempre più povero, non ha i 100 milioni per la indispensabile manutenzione ordinaria della città. Qui, in assenza di un programma condiviso, prevale un «fai da te» della cultura potente e policentrico, con forti presenze private: soprattutto nell’arte contemporanea (Cini, Prada, Pinault, Guggenheim ecc.) che, con il traino internazionale della Biennale, sostiene il turismo di qualità. Resta un punto interrogativo sul futuro di questa città capolavoro che affonda lentamente in laguna.
Il caso Roma
Roma, la terza «grande» della cultura e del turismo, è sfigurata da incuria, confusione, manutenzione scadente. Il Comune ha bisogno di soldi, così vende spazi e concessioni, ma con una liberalità sospetta che degrada i luoghi più belli della città: il suo arredo urbano è fatto a pezzi da migliaia di cartelloni pubblicitari, mercatini stradali, finti centurioni, bancarelle e camion bar davanti ai più famosi monumenti, mentre centinaia di sedie e tavolini invadono marciapiedi e strade del centro. Una babele in cui si muovono masse di turisti estasiati davanti al Colosseo, invadono i Fori e Fontana di Trevi, dilagano sulla via Appia antica e il suo parco dove regna un abusivismo mai combattuto davvero. E anche nella capitale dell’archeologia manca un piano strategico, le istituzioni non collaborano tra loro, si accumulano progetti sempre rinviati: il restauro delle Mura Aureliane, la realizzazione del Museo di Roma, la definitiva sistemazione della Domus Aurea, chiusa da anni e per almeno altri tre, la mancata sistemazione di piazza Augusto Imperatore, in cantiere da 13 anni e ora pattumiera.
Milano aspetta Brera
La situazione di Milano è una tela di Penelope permanente: vorrebbe essere anche città d’arte ma non è mai riuscita a sviluppare un piano coerente, impigliata in un incessante stop and go. L’ex assessore alla Cultura Stefano Boeri aveva una sua visione per trasformare Milano unendo in percorsi pedonali urbani musei vecchi e nuovi, come il Museo del ’900 aperto in piazza Duomo e il prossimo Museo delle Culture, che forse si chiamerà «Forum delle Culture» e dovrebbe aprire a settembre. Ma adesso ogni piano è rimesso in discussione, l’assessore Boeri è stato improvvisamente «licenziato» dal sindaco. Al centro del problema Milano, la Grande Brera. Dopo decenni è prossimo l’avvio di un primo stralcio di lavori ma non c’è ancora un progetto complessivo. L’Accademia con le sue aule e i suoi studenti è sempre lì e non è chiaro se e quando sarà trasferita. L’attesa sarà lunga.
Sul destino di Napoli «città d’arte» incombe il problema del centro storico, luogo di degrado per chiese monumentali, conventi, oratori, palazzi, in parte depredati, spogliati, senza protezione. La novità positiva è l’arrivo di 100 milioni di euro di fondi europei: serviranno a restaurare una ventina delle 200 chiese chiuse, parte di questo immenso cratere di abbandono. La Soprintendenza, ormai poverissima, lotta per far sopravvivere almeno i suoi grandi musei in crisi di visitatori: Capodimonte e l’Archeologico, scrigno di tesori pompeiani e collezioni reali, in perenne restauro. Una eccellenza della città, la Città della Scienza di Bagnoli, è stata da poco distrutta da un incendio doloso.
Le ambizioni di Palermo e Bari
A Napoli germi di speranza vengono da un volontariato diffuso e attivo, come quello nato intorno a don Antonio, nel rione Sanità, collegato a un’iniziativa simile di Palermo, dove padre Bucaro dirige un centro culturale che si occupa del «sociale» ma anche di un turismo qualificato nel centro storico con visite guidate a chiese e oratori ricchi di capolavori sconosciuti ai più. Palermo è in attesa di riscatto.
Il governatore della Regione, Rosario Crocetta, ha finalmente sostituito il suo assessore alla Cultura, lo scienziato Antonino Zichichi, assente e inesperto, con l’archeologa Mariarita Sgarlata. Si spera in una nuova «primavera» di Palermo, visto che il sindaco Leoluca Orlando, alla guida della città anche negli anni Novanta, aveva puntato sulla cultura migliorando le condizioni del centro storico abbandonato.
A Palermo c’è una nuova soprintendente, l’etnoantropologa Marilena Volpes, già direttrice di Palazzo Mirto. Intanto qualcosa è stato fatto: restaurati e restituiti alla città alcuni edifici storici (Palazzo Branciforte, grazie alla Fondazione Sicilia, e Palazzo Sant’Elia, della Provincia).
Ma anche a Palermo serve un progetto complessivo per tutelare e valorizzare le sue straordinarie eccellenze. Pesa un passato di investimenti inutili e di puri sprechi, di costosi «eventi» che hanno lasciato una scia di polemiche e progetti falliti come quello del Riso, destinato al contemporaneo, inattivo da anni, mentre altri musei e monumenti (fanno eccezione la Galleria d’Arte moderna e la Cappella Palatina) non hanno neppure orari certi e sono in crisi di visitatori. Palermo si è candidata a Capitale europea della Cultura per il 2019. Potrebbe essere stimolo importante per superare storici ritardi.
L’inchiesta di «Il Giornale dell’Arte» era partita, un anno fa, da Bari. Oggi quella città non ha ancora risolto nessuno dei suoi problemi. Di collaborazione tra istituzioni non si parla neppure.
A Bari, l’ambizione di diventare città d’arte, anch’essa candidata a Capitale europea della Cultura per il 2019, si è arenata anche a causa dei contrasti tra Comune, Regione e Provincia. I grandi progetti sono rimasti al palo: l’acquisizione dell’ex teatro Margherita per trasformarlo in polo per mostre, che sembrava imminente nell’aprile 2012, non è ancora realtà e comunque il Comune non ha i 15 milioni per ristrutturarlo. Il teatro Kursaal è in attesa di un restauro ancora incerto. Il progetto maggiore, quello della riqualificazione di tutta l’area dell’ex caserma Rossani, da destinare a laboratorio del contemporaneo, non è ancora avviato. Di concreto restano i lavori per creare finalmente un vero museo archeologico statale nel complesso di Santa Scolastica. Ma ci vorrà tempo e gli indispensabili finanziamenti regionali sono a rischio. Per ora Bari resta una «città senza musei», con l’unica eccezione di una buona Pinacoteca nascosta al quarto piano del Palazzo della Provincia.
Vittorio Cerulli Irelli | Il Giornale delle Fondazioni

L’enorme ricchezza del patrimonio artistico italiano e la sua grandissima frammentazione ne rendono difficile una valorizzazione adeguata sui mercati internazionali. Ma una maggiore consapevolezza del ruolo del brand culturale e della sua tutela attraverso la proprietà intellettuale potrebbe essere di grande aiuto, prendendo a modello alcuni esempi tratti dalla recente esperienza internazionale
La valorizzazione è una necessità
È un dato di fatto che il nostro patrimonio culturale versa in una situazione di grave crisi. I fondi a disposizione delle istituzioni museali italiane spesso non bastano neppure per la gestione ordinaria e la stessa conservazione di larga parte del loro immenso patrimonio è oggi sempre più a rischio. Di questo passo, i danni rischiano di essere irreversibili.
Urge quindi al più presto un cambio di prospettiva, un passaggio dall’attuale approccio prevalentemente passivo di attesa di risorse, evidentemente non più sostenibile nell’attuale crisi delle finanze pubbliche, a un approccio attivo capace di generare risorse autonome.
È un cambiamento di prospettiva possibile, già ampiamente esplorato in altri ordinamenti molto simili al nostro, e si è dimostrato perfettamente in grado di preservare e valorizzare tanto il patrimonio culturale quanto l’immagine internazionale di quelle istituzioni «pioniere» del nuovo trend. Le potenzialità, del resto, sono enormi. Al riguardo basti qualche numero. Abbiamo in Italia oltre 200 musei statali (in Francia ve ne sono 30), 108 aree archeologiche statali, 112 monumenti statali aperti al pubblico. Abbiamo poi oltre quattromila istituzioni non statali (di cui 3.409 musei, 802 monumenti aperti al pubblico, 129 siti archeologici), il 45,5% dei quali dipendenti da Comuni. Solo in Toscana vi sono oltre 600 musei, uno ogni seimila abitanti. Si tratta di numeri senza pari nel mondo. A questi numeri, tuttavia, non corrispondono equivalenti ritorni. Come ci ha ricordato Gian Antonio Stella sul «Corriere della Sera» dell’11 aprile, tutte le biglietterie statali italiane messe insieme hanno realizzato introiti nel 2012 per circa un centinaio di milioni. Meno del 25% del solo Louvre. In definitiva, vi è un enorme patrimonio, purtroppo sottoutilizzato e fortemente parcellizzato nella gestione, che non possiamo esimerci dal valorizzare. A tal fine, una maggiore consapevolezza del ruolo del brandculturale e della sua tutela attraverso la proprietà intellettuale potrebbe essere di grande aiuto.
Che cos’è un brand culturale?
Quando si parla di proprietà intellettuale collegata al mondo dell’arte, la mente va automaticamente al solo diritto d’autore. È questo però oggi uno strumento insufficiente rispetto alla stragrande maggioranza del patrimonio artistico italiano, ormai, da un punto di vista di tutela cosiddetta «autoristica», nel pubblico dominio (ciò in quanto quasi tutto il patrimonio culturale italiano non è più coperto da diritto d’autore essendo ormai trascorsi i termini di protezione, ossia settant’anni dalla morte dell’autore). A ciò si aggiunga che il ritorno economico dei beni culturali dipende oggi sempre meno dal solo «corpus mechanicum», ossia dall’opera intesa nella sua fisicità. Al contrario, si sta oggi sempre di più accentuando l’importanza del brand e dei valori immateriali associati al patrimonio culturale. È questa una conseguenza del crescente valore comunicazionale acquisito dal patrimonio culturale, a sua volta conseguenza dei fenomeni di globalizzazione e della crescente domanda di cultura proveniente da tutto il mondo. L’attrattiva esercitata dal patrimonio artistico e dalle istituzioni culturali è sempre più funzione di questi fenomeni culturali di massa. Detta in altri termini, nel mondo di oggi i beni e le istituzioni culturali sono le «nuove reliquie», hanno acquisito un valore iconico, sono dei veri e propri brand. Ma che cosa si intende esattamente per brand?
Il brand si compone di tutti quegli elementi simbolici che veicolano l’insieme dei valori e del patrimonio di storia e tradizione associato all’istituzione titolare del brand. Si compone tipicamente di un nome, di un logo figurativo e del patrimonio di immagini e simboli associati all’istituzione culturale.
Da un punto di vista giuridico, per poter essere valorizzato e poter evitare dispersioni del valore a esso associato, il brand deve essere tutelato attraverso la creazione di diritti di esclusiva. Ciò presuppone l’adozione da parte delle nostre istituzioni culturali di strategie dinamiche e manageriali di creazione, tutela e gestione dei diritti di proprietà intellettuale sui brandculturali italiani.
Due esempi macroscopici
Per dare un’idea dei possibili ritorni che una corretta e dinamica gestione dei nostri brandculturali potrebbe generare, alcuni esempi tratti dall’esperienza internazionale possono essere indicativi. Al riguardo, il caso del Louvre di Abu Dhabi è forse l’esempio più emblematico di come, attraverso un corretto «leverage» dei diritti di marchio sull’immagine di un museo iconico, sia stata possibile una fortissima valorizzazione economica del brand e del patrimonio di quella istituzione museale. L’operazione prevede, in particolare, l’apertura di una succursale del Louvre ad Abu Dhabi, apertura finanziata dagli Emirati Arabi che nel corso dei prossimi anni corrisponderanno al Louvre parigino oltre 500 milioni di euro per la licenza del marchio «Louvre», la fornitura di prodotti espositivi e di know how museale e il prestito di opere selezionate. Tali somme andranno a beneficiare direttamente il Louvre e le sue attività istituzionali. Altro esempio emblematico è quello del Boston Museum of Fine Arts, che alla fine degli anni Novanta ha aperto, con partner giapponesi, il Boston Museum of Fine Arts di Nagoya, ottenendo oltre 50 milioni di euro per la licenza del proprio marchio e il prestito di opere per 20 anni. Gli esempi non si esauriscono certo qui (per ulteriori dettagli, cfr. box qui a sinistra).
Le lezioni per l’Italia
Come si possono importare in Italia le esperienze ricavabili da tali modelli? Come le si possono adattare alle specificità, ai punti di forza e alle problematiche italiane?
Caratteristica del sistema Italia è la ricchezza del patrimonio artistico, accompagnata da un enorme numero di musei, monumenti, istituzioni culturali. Tale frammentazione rende difficile una valorizzazione efficace sui mercati internazionali. Sarebbe quindi opportuno individuare in primo luogo alcuni brand «cappello», già affermati, su cui concentrare le attività di valorizzazione all’estero. Parallelamente, occorrerebbe individuare nuovi assetti organizzativi per rendere maggiormente efficienti le attività di valorizzazione e di gestione dei nostri brand culturali. Queste sono del resto questioni ben note al nostro Ministero, sulle quali il dibattito va ormai avanti da anni. Gli esempi stranieri dimostrano anche come i nostri immensi depositi di opere d’arte, ad oggi del tutto inutilizzati e anzi a forte rischio conservazione, possano divenire degli asset altamente fruttuosi. La valorizzazione dei nostri brand culturali passa, quindi, anche attraverso una maggiore circolazione di tutte le opere che oggi non sono esposte nei nostri musei, permettendo ritorni economici e favorendone la conservazione (è questo, ad esempio, il modello adottato dai principali musei francesi che organizzano numerosi eventi espositivi all’estero e fanno pagare al committente estero gli interventi di restauro e l’acquisto delle costosissime cornici protettive a isolamento climatico di ultima generazione).
Attraverso brand culturali sarebbe anche possibile promuovere il «savoir faire» delle istituzioni culturali italiane.
Un esempio potrebbe essere quello della vendita di eventi espositivi all’estero. Vi sono numerosissimi esempi e, di nuovo, i nostri vicini francesi sono all’avanguardia. Basti ricordare che il Centre Pompidou realizza numerose mostre all’estero altamente redditizie che si reggono interamente sul suo brand (ad esempio, a Shanghai si è chiusa il 15 marzo «Electric Fields: Surrealism and Beyond. La Collection du Centre Pompidou»). Lo stesso vale per ilMusée d’Orsay, che realizza regolarmente eventi espositivi all’estero fondamentali per il finanziamento di tutte le attività istituzionali a Parigi e per la realizzazione di progetti più di nicchia. È ovvio come anche l’Italia avrebbe grandi potenzialità in questo senso. Ciò che occorre sono solo nuovi strumenti manageriali, accompagnati da un’attenta gestione e valorizzazione, anche attraverso gli strumenti della proprietà intellettuale, dei nostri brand culturali.
Deborah Stone | ArtsHub

Think people won’t pay for creative content because so much is available online for free? That’s not what the numbers show.
In fact consumers are spending more for digital creative product every year and while other parts of the creative economy stagnate, digital is proving a money spinner.
Much to the surprise of the doomsayers, the digital economy appears to be driving growth in the creative sector, according to a major study in the UK and Europe. The study commissioned by Google Inc. and Creative England, has found digitization is leading to increased creative opportunities, more time spent on creative consumption and, perhaps most surprisingly, growing revenues.
The common complaint of digital erosion, which blames pirating and online under-cutting for all the creative sector’s problems, is blown out of the water in The Digital Future of Creative U.K: The Economic Impact of Digitization and the Internet on the Creative Sector in the U.K. and Europe. The study was produced by the consulting company Booz & Co through expert surveys, interviews and desk research.
The study takes a positive view of digitization – hardly surprising given that Google paid for it – but it has the numbers to prove a point. Consumers are paying for digital content and the level of those payments is increasing much more sharply than traditional revenue sources such as sale of tickets or physical products.
‘The vast majority of all growth generated by today’s creative sector is digital. Depending on the industry, the non-digital part of the business is generally stagnating or even shrinking, but all industries have one thing in common: Digital is growing, enabling a 2 percent yearly growth for the entire creative sector in Europe. This growth is primarily driven by direct consumer payments, which are up 25 percent from the numbers in 2001—underlining the point that consumers are sustainably willing to pay for creative content.’
In fact consumers are spending more than they used to when they bought records and paid for movie tickets.
‘Consumer spending in the creative sector is up by 28 percent from spending in 2001 in the U.K. and up by 25 percent across Europe; as further analysis shows, there is no lower consumer willingness to pay…
‘Although observers question whether online business for the creative sector is sustainable, and many believe that consumers are less willing to pay for digital products than their physical equivalent, research is leading to a different conclusion. Consumers overall are spending More on products and services from the creative sector than they have in the past, and this revenue stream will continue to constitute the largest growth opportunity.’
The models of earning are varied and complicated. While most successful platforms earn some proportion of their income from advertising, user pays models of various kinds are developing including subscription services, value-added products and the use of customer data collection.
A key factor is that with improved consumer access people are accessing more creative content so even if they only pay for some of it there is a bigger market. Consumers are more likely to watch a film, listen to music or read than in the past because they are able to access material more easily
‘Creative industries dominate leisure time: The importance of the creative sector is best illustrated by the share of time people spend consuming creative products. Of the approximately 6.8 hours per day the average European consumer has available for activities other than work, meals, sleep, and household chores, more than 60 percent are spent consuming creative industry products. This includes reading the newspaper or watching television. The role this sector plays in people’s lives can hardly be overstated.’
Of course not all online activity is creative. In fact the study shows only about 20 per cent of online time is spent reading and only another 13 per cent is spent on multi-media sites. But separating out the proportion of other activities that engage with the creative sector is an impossible task that quickly gets mired in definition problems. Sharing a YouTube video on Facebook? Googling for information about your favourite musician? Online browsing for e-books?
What is clear from this study is that both time and money are being spent on creative content online and that the digital world is not a threat to the arts industries but a growing and productive part of creative culture.
It is certainly true that there are traditional arts with reason to feel concerned about where they sit in this new world. The research covered the major copyright industries: film and television, publishing (both books and periodicals including newspapers), music and electronic gaming. Live arts, both performing and visual, were excluded as were architecture and design.
But these tensions between live and technically transmitted arts are at least as old as recording and are not at the core of the concern about an unwillingness to pay for transmitted content.
What is striking and important about this study is the strong evidence it presents that consumers not only will but do pay for creative content and these payments are driving growth in creative economy.

The European Expert Network on Culture (EENC) has published a new study of strategies and bodies in EU Member States that support the export and internationalisation of goods and services in the cultural and creative industries.
More information and download report here
In July 2012, the European Commission’s Directorate General for Education and Culture (DG EAC) asked the EENC to produce a commented mapping of strategies and bodies existing in EU Member States to support the export and internationalisation of goods and services in the cultural and creative industries (CCIs), as well as contextual data on trends and export volumes and a final analysis of the evidence presented.
The request arose in the context of the setting-up of a Working Group involving representatives of EU Member States, within the framework of the Council of Ministers’ Work Plan for Culture 2011-2014. The report was then presented and discussed at the first two meetings of the working group, held in Brussels in December 2012 and February 2013.
The resulting document lists approximately 100 publications, policy documents and evaluation reports from the past five years, as well as around 230 bodies involved in the export and internationalisation strategies of CCIs, covering all EU Member States. It also identifies three key action areas where cooperation among European governments and agencies could be furthered, each including specific recommendations: identifying and disseminating good practice; building the knowledge and evidence base for CCI exports; and fostering joined-up policy and investment for CCI export development.
L’infografica della settimana: “speaking my language” percentuali sul totale della popolazione UE che parla…
Il 9 maggio si celebrava la Festa dell’Europa; con l’occasione mostriamo questa infografica che sottolinea la grande varietà di lingue parlate in UE.
Lyn Gardner| The Guardian

Who cares what it’s called … Raquel Meseguer in The Duchess of Malfi, by Punchdrunk with ENO. Photograph: Stephen Cummiskey
Over the last couple of weeks, I’ve been to Wales to see Tir Sir Gar, which was as much tea party and installation as theatre, and Praxis Makes Perfect, as much immersive pop gig as immersive theatre. I saw Hofesh Shechter’s brilliant early works Uprising and the Art of Not Looking Back – quite clearly dance pieces. Or were they? Much of the choreographic language would be both familiar and thrilling to anyone interested in contemporary experimental theatre.
I also went on a self-guided walk (I self-guided into a bollard) around London’s Covent Garden, during one of Scary Little Girls’ and Naomi Paxton’s Living Literature Walks, which encompass live performance along the way. Was it a literary walk, or was it a theatre show that simply used the city and buildings as a vast stage-history soaked backdrop to explore the work of the Actresses Franchise League? Then there’s NoFitState’s circus show, Bianco which is currently touring across the country. Theatre, dance or neither? Oscar Mike’s the Situation Room. Game or theatre? Daniel Bye’s The Price of Everything. Performance or economics lecture? Does it even matter?
Boundaries are being swept away and so are the expectations of audiences who are much more likely to be cultural nomads than they were just few years ago. The internet means that we are all much more likely to know what is happening across the arts and not just in our chosen art form. Even the old allegiances to venues are dying away, particularly when the most exciting events are as likely to take place in a warehouse or old building as they are in an opera house or purpose-built theatre.
Punchdrunk’s co-production of The Duchess of Malfi with ENO may have been called an “opera”, but I bet that most of the audience didn’t much care. As far as they were concerned it was Punchdrunk, and it was this that drew them to Great Eastern Quay, just as The Drowned Man will draw thousands to the formerly secret location just next to London’s Paddington station. Many of those may not even think that it’s theatre.
For other audiences, Neon Neon was the obvious draw for National Theatre of Wales’s Praxis Makes Perfect, which is touring later this month again, but for others it could be the involvement of director Wils Wilson or playwright Tim Price. It is the artists that increasingly engender loyalty, not the institution that produces them. And whether it’s called dance or theatre or opera doesn’t really concern the audience, and may even get in the way of them giving it a try.
But many newspapers and websites – including the Guardian – still classify and review by art form; Arts Council England still mostly funds on that basis; and many companies and buildings still define themselves by a predominant art form and pigeonhole events by art category. In the 21st century much of the most interesting work being made completely defies categorisation. That’s exactly what makes it so thrilling. So why continue to try and box it in?
6 super-esperti di management culturale+ 20 partecipanti dallo spessore professionale e personale straordinario + uno spazio creativo e ispiratore nella sua fluidità e mutevolezza = Strategic Arts Management master class del 4 e 5 maggio a Milano, negli spazi di The Hub, un’esperienza davvero da riproporre!
La due giorni intensiva ha dato veramente molte soddisfazioni a Tools for Culture ma soprattutto è stata fonte di ispirazione per tutti partecipanti che hanno definito l’esperienza come ossigeno creativo!!
Ecco qualche fotto della due giorni!!!

Lo spazio di The Hub-Milano

ecco i partecipanti in profonda concentrazione durante le sessioni lavorative!
…. e non poteva mancare l’attività di networking-lunch!!

Alla prossima edizione!!!

Popolo di fotografi o di aspiranti tali, venite a noi! Dopo il successo della prima edizione torna, ancora più esaltante, ancora più creativo, il contest organizzato da Tafter, hotel.info e Circolo degli Artisti “(S)BARCA E VINCI 2 – Boarding Boat”
Questa volta ad essere protagonista è la barchetta di carta che viaggia su un qualsiasi mezzo di trasporto. Cimentatevi nello scatto di una foto originale che interpreti questo tema e partecipate al contest per vincere uno dei fantastici soggiorni gratuiti a Parigi o a Berlino messi in palio dal portale leader nelle prenotazioni alberghiere hotel.info.
Scegliete se:
1. Partecipare solo al concorso su Facebook inviando la foto partecipante all’indirizzo mail sbarcaevinci@tafter.it . La redazione posterà le foto pervenute entro il termine di scadenza del bando nell’album “Sbarca e Vinci 2 – Boarding Boat” postato nella fanpage FB di Tafter e ti invierà il link di riferimento alla tua foto in modo che tu possa diffonderla e condividerla con tutti i tuoi amici. Le cinque foto che otterranno più Like/Mi Piace verranno giudicate da una giuria interna formata dalla redazione di Tafter, il team di hotel.info e lo staff del Circolo, i quali decreteranno il vincitore assoluto e lo annunceranno durante la serata al Circolo del 9 giugno 2013.
L’autore della foto vincitrice si aggiudicherà un soggiorno di due notti per due persone presso l’Hotel 5 stelle Palace di Berlino
2. Partecipare solo alla serata conclusiva del concorso (9 giugno 2013) esponendo la vostra foto in mostra al Circolo degli Artisti (Via Casilina Vecchia 42, Roma).
Chiamate a raccolta amici, parenti e conoscenti perché la foto più votata dal pubblico si aggiudicherà un voucher per due persone valido per un soggiorno di due notti (colazione inclusa) a Parigi presso l’Hi Matic Hotel ***
3. Partecipare sia al contest su Facebook che alla serata evento al Circolo con la stessa foto o con due foto diverse. Le possibilità di vincere raddoppiano!
It’s up to you!
Cosa aspettate a partecipare? C’è tempo fino al 31 maggio 2013!
L’evento (S)BARCA & VINCI 2 – Boarding Boat si svolgerà presso il Circolo degli Artisti (Via Casilina Vecchia, 42) domenica 9 giugno 2013. La serata è aperta a tutti, partecipanti ai concorsi e non!
Aperitivo, free gadget, live photo shooting, estrazioni, premiazioni, dj set e due grandi concerti con i Controverso e gli Inbread Knucklehead gli ingredienti di una serata evento a cui non puoi decisamente mancare.
Durante la serata saranno distribuiti a tutti i presenti al Circolo degli Artisti delle schede riportanti i numeri delle foto esposte in mostra che potranno essere votate. Ognuno potrà esprimere una sola preferenza. Al termine della serata, si procederà al conteggio dei voti validi, si dichiarerà la foto vincitrice e verrà sorteggiato un fortunato tra i votanti che riceverà in premio un voucher per due persone valido per un soggiorno di due notti presso il Mercure Olbia****, Costa Smeralda.
Imbarcati anche tu nel party più esclusivo della Capitale, esponi o vota la tua foto preferita e diventa protagonista di “(S)BARCA E VINCI 2 – Boarding Boat”
Se vuoi un foglio di carta originale per costruire la tua barchetta puoi scaricare il flyer di ufficiale di Tafter. In questo modo, qualora decidessi di partecipare al Contest fotografico sulla pagina Facebook di Tafter, partirai avvantaggiato: ti assicurerai i “Mi Piace” di tutta la redazione!
NON TI RICORDI COME SI COSTRUISCE UNA BARCHETTA DI CARTA? Ti aiutiamo noi.
Guarda il tutorial video qui sotto
Ricordati che il flyer di Tafter deve essere stampato in formato A4, a colori e fronte/retro. Non è difficile![]()
Scopri ogni giorno le novità sul concorso via Twitter con l’hashtag #sbarcaevinci2
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Informazioni:
TAFTER
Via della Fonte di Fauno 2/a
00153 – Roma
Tel: 06 57300303
Fax: 06 57301229
sbarcaevinci@tafter.it
by Katy Cowan | Creative Boom

You know the feeling. You’ve been staring at your computer screen for two hours. No amount of browsing the web is offering any kind of inspiration. You’re on your third cup of tea and nope… creativity just isn’t striking like it normally does. You’re having a bad day and you desperately need the ideas to start flowing so you can get the job done.
So how do you get that creative thinking cap back on and successfully come up with the goods? Whether you’re a writer stuck on typing that first line, a graphic designer struggling to find the right colour palette or an artist staring blankly at a lump of clay… these top tips on how to get creative when you hit a brick wall should do the trick. If you’ve got any of your own pearls of wisdom, please share them by commenting below.
Step away
First and foremost, step away from your workspace to take some time out. Get outside for some fresh air. Give yourself a decent break and try not to think about work. You’ll be surprised how quickly new ideas will spring into your head and you’ll soon be rushing back to your desk.
Do some exercise
When I hit a brick wall, I find a good workout at my local gym really helps. I tend to get frustrated when I’m lacking focus and it clouds my vision further. If I’m pounding that treadmill and making ‘Mr T grrr faces’ in the mirror when lifting weights (an impressive 4 pounds kids) I’m keeping my mind clear and it allows me to focus and come up with the answers I’ve been seeking. I often frighten hubby Tom when I return from the gym. I’m usually fired up and bursting with ideas (that poor Tom has to listen to).
Carry a notebook
When inspiration strikes you need to be able to record your ideas and fast! Use your iPhone’s Notebook facility or buy a nice notebook, and ensure you carry it with you everywhere.
Get a mentor
Talking to someone who’s ‘been there, done that, bought the t-shirt and got the embarrassing ride photo’ will really help to spark creativity. They might suggest things that you’d never thought of. A very good friend of mine - an aspiring writer from Stoke-on-Trent (who’s bloody talented I might add - watch this space!) - has recently acquired a mentor to help with his first novel. Every time he’s been to see her he comes away feeling incredibly fired up, positive and with a renewed sense of purpose. It’s great to see him making progress. My advice? Get a mentor!
Attend regular networking events
If you work from home, it can get very lonely. And with no one to bash ideas around with, it can hold back your creativity. In which case, go to something like Meetup.com to find local networking groups where you’ll meet similar creatives to you. Two heads are better than one, and you’ll be able to talk to people who are in the same boat.
Attend or watch lectures
We have so much learning at our fingertips these days. Scour the web to find video tutorials, lectures or filmed conferences that will boost your creativity and help address any missing skills you might have. There’s nothing more inspiring than learning about creativity from others. Check out TED and 99Percent. Or there’s Google Talks.
Read a book
Whilst it’s great to boost skills and learn from others, when it comes to reading books - I advise going for fiction instead of any learning materials. Why? Because sometimes you need to give your brain a good old break. Stories take our minds into other worlds and that allows us to recharge our creativity.
Get some sleep
Working long hours? Not getting to bed until very late and then up early the next day? Stop! It’s time to chill out and get some decent sleep. The brain needs time to recharge and process everything you’ve done in a day - so ensure you get to bed at a reasonable hour and get those essential eight hours.
Go back to the drawing board
If all else fails and you’re still stuck on ideas, get a big white blank piece of paper, some colourful pens and create your own ‘mind map’. Erase all of your thinking about the task at hand and start afresh. This is what I did recently with Creative Boom. For a long time I couldn’t figure out how I wanted my site to move forward. I knew I wasn’t enjoying it. But I didn’t know how to change it. So one day, I sat down with a blank piece of paper and started from scratch. I completely forgot about what I’d done so far and instead asked myself this - ‘What do I want Creative Boom to become?’ I then wrote all my wants, desires and ideas onto the paper and a picture began to form. I left this drawing overnight, came back to it and added some more things, while taking other ideas away. I did this for about a week and finally achieved my Eureka! moment. So if you’re truly stuck, go back to the drawing board.
Wear me out exhibition @ Braem Pavilion (2011)
Erwin Wurm explores the idea behind One Minute Sculptures, this time with the collaboration of fashion designer Walter van Beirendonck and their Performative Sculptures series. Wurm, just like Beirendonck, loves to experiment with volumes, colors and texture, in a humoristic, even surreal, way. Furthermore, both of them are interested in the boundaries of the human body. Together they create the perfect hybrids between fashion and sculpture, with some amazing results.
by Claudia Cervini | ItaliaOggi

Immagine tratta dall’etichetta per bottiglie di Brunello di Montalcino, ispirate all’opera “Paesaggio con dischi volanti (Castelgiocondo)”, 2012
L’arte, anche in tempi di crisi, rimane un ottimo strumento di marketing per le aziende: incuriosisce, crea un rapporto coi clienti e finisce per fidelizzarli. Ma le sponsorizzazioni di eventi e le attività di co-branding con artisti di grido, oltre a essere costose, non garantiscono più risultati. Una buona formula attuata dalle piccole e medie imprese più creative è quella di portare l’arte all’interno dei prodotti e sulle confezioni: dall’etichetta d’autore per un vino o un olio pregiato alla confezione di un abito. Come dimostrano la Fondazione Antonio Ratti (creando tessuti in una biblioteca di storia dell’arte adibita a laboratorio), l’azienda agricola La Poppetta, il Lanificio Leo, alcuni storici vignaioli marchigiani (con bottiglie decorate per mano di artisti locali), ma anche due big come Frescobaldi e Bmw. Operazioni innovative e in gran parte low cost, in linea con budget ridimensionati.
A promuovere questa tendenza è Michele Trimarchi, economista della cultura e curatore della Masterclass Strategic Arts Management, organizzata da Tools for Culture, che si terrà a Milano sabato e domenica prossima (presso The Hub Milano). «Alla vecchia idea di usare l’arte come moltiplicatore di immagine oggi bisogna contrapporre l’arte come strategia inserita nei propri processi aziendali, dosando fantasia e coerenza con i propri valori», afferma Trimarchi, docente all’Università di Bologna e fondatore di Tools for Culture.
Il palazzo storico, il quadro rinomato nella sala di rappresentanza sono ormai lettera morta. Adesso vince il prodotto culturale che arriva nelle mani dei tanti consumatori, in grado di fare massa critica, ai quali porta l’identità dell’azienda. Un esempio lo offre il settore enogastronomico. La Poppetta, azienda agricola biologica nel Farnese (Viterbo), conosciuta per il suo olio extra-vergine bio, si è inventata le saponette gastronomiche: cubetti profumati contenenti olio e aromi utili per cucinare. «Sotto-prodotti artigianali che parlano a una comunità di riferimento e portano il segno del territorio», sottolinea Trimarchi. Mentre il Lanificio Leo è diventato una piccola eccellenza in Calabria, utilizzando macchine per la lana risalenti a fine 800, ma reinventando la lana come elemento decorativo dal segno contemporaneo.
A volte è il luogo che ospita i prodotti a conferire loro magia: come accade alla Fondazione Antonio Ratti che ha scelto come laboratorio una biblioteca di storia dell’arte, fucina di idee, forme e colori, per cucire e confezionare i capi d’abbigliamento. Una strada battuta con successo tanto dai piccoli quanto dai grandi marchi è quella di commissionare ad artisti opere e oggetti concepiti sulla base dell’identità aziendale. «Se sponsorizzare una mostra di fotografia o di design fa bene più che altro all’artista», aggiunge Trimarchi, «il marchio che si presenta alla stessa mostra con un’installazione, che recupera la sua identità aziendale ed è capace di parlare al pubblico, conquista già un punto a suo favore».
È quanto ha fatto Bmw al Fuori Salone di Milano presentando la sua idea di sostenibilità, energia pulita, comfort e rispetto per l’ambiente attraverso un’installazione, concepita dai designer Ronan and Erwan Bouroullec. L’opera temporanea è stata realizzata con i materiali ecologici della BmwI, la nuova auto elettrica che verrà lanciata sul mercato a novembre. O ancora come fa ogni anno Frescobaldi con il premio Artisti per Frescobaldi lanciando un concorso dove artisti italiani e stranieri realizzano le etichette di un’esclusiva collezione di bottiglie, dando una loro impronta al packaging.
«Così come», prosegue Trimarchi, «alcuni storici vignaioli marchigiani che hanno interpellato artisti locali per decorare le proprie bottiglie e ridisegnare etichette e confezioni di vini autoctoni». Oggi, invece, le imprese puntano tutto o quasi su eventi e sponsorizzazioni, «perché è più semplice e dà più risonanza nell’immediato», dichiara Trimarchi. «Eventi e sponsorship vanno benissimo, ma sono di fatto effetti speciali che vanno ripetuti con una certa frequenza per ottenere fidelizzazione con un grande dispendio di risorse e nessuna certezza del risultato».
Non è nemmeno necessario associare il proprio marchio all’artista contemporaneo di grido: poche grandi aziende ne hanno le forze. «L’arte contemporanea è una bolla che ha già iniziato a sgonfiarsi, pagando la sbornia degli ultimi anni», rilancia Trimarchi. «Stiamo tornando a un’economia del territorio dove è importante far vivere l’impresa e i suoi prodotti in sintonia con la comunità di riferimento (che si trovi a due o a migliaia di chilometri di distanza, ndr)». Da qui l’importanza ai prodotti e al modo in cui si presentano.
by Roger Tomlinson| Arts marketing Association

Ticket Office at Chihuly Collection on Beach Drive, St Petersburg, Florida
As of 6 April 2013, the ASA defines ‘advertising’ to include venue brochures, flyers, newsletters, websites and social media. Does the way you communicate ticket prices comply with legal requirements?
What price that ticket? Are we making sure we are advertising ticket prices to comply with UK law and codes of advertising practice?
The Theatrical Management Association has issued new guidance to its members in the UK on the advertising of ticket prices. Essentially, ticket prices when advertised must be inclusive of the booking fees and service charges imposed on the purchase. Advertising, in a common misunderstanding, extends to a venue or producer’s own print and posters, websites, social media and other distributed information and not just paid-for advertising.
The TMA has acted after the Ambassadors Theatre Group chain of theatres, the Old Vic in London and the Cheltenham Everyman Theatre were approached by the Advertising Standards Authority (ASA) and the Committee on Advertising Practice (CAP) following on many public complaints about imposed booking fees which cannot be avoided. There is considerable argument about the right way to present this, but Jonathan Brown of S.T.A.R. confirms: “If you advertise a ticket price, you have to be able to buy it for that price, somewhere.”
The CAP and the Office of Fair Trading (OFT) have published guidance and interpretations in relation to ticket prices and purchase Terms and Conditions, which have largely been ignored by many venues, since December 2001! These codes of practice supplement the law and the new ASA rulings are intended to set a benchmark for all adertising of tickets through all media across the ticketing sector.
In common with many other venues, it is easy to find examples: the Cambridge Arts Theatre advertises the ticket prices for performances, but imposes a booking fee of £2 per ticket on top of the advertised price, which has to be paid through all purchase channels. The CAP guidance is clear – the ticket prices are in fact £2 higher and must be advertised as such. Correctly, the current Michael Grandage Season in London’s West End advertises ticket prices inclusive of their booking fees, and only in the shopping cart are the ticket price and booking fee amounts revealed separately. ASA found that, in some cases, the actual total purchase price of tickets was 30% above the advertised ticket price, once all fees and charges were included, and this is ruled as unfair advertising.
This is fairly simple: you cannot advertise something using a price to attract attention and then for consumers not to be able to buy it for that price. Debbie Richards of Baker Richards points out that this will require detailed presentational changes for venues that have chosen ‘per transaction’ fees and charge different fees for different channels, but it will still be possible to comply if the information is given whenever prices are quoted.
Essential links:
The arts and entertainment industry needs a fair and healthy relationship with its customers, especially in a time of cuts to funding. Many venues, especially presenting theatres and concert halls, are introducing or increasing booking fees, which in a recession may itself upset some customers. Advertising the new “prices” in the right way is essential. There is an irony here: according to the OFT, consumers prefer inclusive prices, so advertising inclusive prices is likely to be viewed by ticket purchasers as a benefit.
In a similar way to the airlines, the various regulations and rulings now require that most charges are included in the advertised price, presented from the start of any advertising or on-line purchase process, and never added only at the shopping cart stage of an on-line purchase. While explaining the fees and charges up front is good practice, the advertised price has to be comprehensive of fees and charges if that is what the purchaser has to pay.
Of course this might be thought bad news by some ticketing system suppliers. In the competition in an over-crowded marketplace, it appears that some sales teams’ approaches to venues are using the venue’s current vulnerability to argue for pay-as-you-go charges which “can be easily recovered from customers in the booking fees”. Venues need to do the arithmetic and recognise that fees cannot be a hidden surprise to the ticket purchaser at the end of a transaction.
Double Jeopardy
Venues are at risk of prosecution in two ways around the same issue: booking fees and how they are applied and presented. Venues need to act immediately to change their practices. There is increasing evidence that consumers are willing to make formal complaints when they see arts and entertainment organisations flouting the Regulations, as evidenced by the volume of specific complaints to the Advertising Standards Authority.
The UK Coalition Government rushed out the new guidance on the law on debit and credit card charges and surcharges very late before Easter, which came into force on 6 April 2013. This follows on the recent Advertising Standards Authority rulings about the misleading advertising of ticket prices.
If fees are described as covering payment methods in relation to debit and credit card processing charges, then the fee charged must reflect the average true cost of processing the transaction. The consumer protection group Which? has suggested this would be 20p for debit cards and 2% for credit cards. If a venue wants to continue making a surcharge for paying by cards then they will be restricted to these low actual averages and must stop charging more immediately.
This does not stop the charging of any fees but means venues must be clear about what their fees are for. Airlines have quickly moved to calling their fees “booking” or “administration” fees and not explaining them in relation to channels or payment methods.
Combined with the Advertising Standards Authority rulings on what constitutes misleading advertising in relation to ticket prices, this does mean that venues - and their ticketing system suppliers - will need to change their presentation of fees and charges immediately, especially on-line. But all advertising messages, including in brochures and on flyers, need to conform straight-away.
It has long been the law that you could not advertise a price unless you could actually buy the ticket for that price and no more. Most venues achieved this by not charging through certain channels, and then unwittingly started to apply charges through all their channels, or complied by not charging for cash transactions. Unfortunately, the latter made the charge related to a payment method which has now become unlawful. An unwitting side-effect of the law could be more venues applying their booking fees to every transaction.
Correctly, whenever a price is advertised today, it needs to be stated next to the price that booking fees or administration charges apply and the amount given, without any reference to payment method. The concept of advertising the prices in one place, and customers finding the details of the fees and charges somewhere else is wrong. For example, advertising on-line a price that can only be paid over the counter is wrong. So suddenly we are seeing prices listed with the actual booking fees “£25+£1.50 booking fee” whenever the price is listed. This is because “misleading advertising” can be prosecuted. This would be “£25+£1.50 per transaction booking fee” for a ‘transaction’ based fee.
Massimo Bray | L’Huffington Post

“La gente usa le statistiche come un ubriaco i lampioni: più per sostegno che per illuminazione”. E’ questa la battuta di Sir Winston Churchill con cui gli ideatori del progetto Museum Analytics hanno scelto di presentare il loro lavoro. Inutile dire quale di questi due usi delle statistiche i ragazzi tedeschi di INTK (“It’s not that kind”) invitino ad adottare per la questa nuova piattaforma web, dedicata ai maggiori musei e gallerie d’arte del mondo e alle intense relazioni digitali che i loro visitatori intessono con essi, nella sfera digitale, prima, durante e dopo le visite effettuate nella vita reale.
Il sito, sviluppato da un’agenzia specializzata nello sviluppo di strategie online per i beni culturali, prende in considerazione i dati riguardanti oltre 3000 delle più importanti realtà museali del mondo. Museum Analytics ha come obiettivo quello di incoraggiare gli operatori del settore a rendere note le caratteristiche, le politiche e le metriche relativi alle strutture che gestiscono, perché “la trasparenza dà forza alla comunità museale, aumentando la fiducia del pubblico”.
Per elaborare i suoi risultati, Museum Analytics si basa su una notevole varietà di fonti: essenziali risultano, ad esempio, i dati sulle presenze annuali registrate dai musei forniti dall’Art Newspaper e dal progetto www.museumstats.org del Walker Art Center di Minneapolis. I report di MA sono disponibili al pubblico attraverso invii di mail settimanali, mensili o annuali, destinati agli utenti registrati al sito (il servizio è gratuito).
Gli iscritti possono scegliere i musei per i quali ricevere i report, che contengono una serie di dati, aggiornati quotidianamente, riguardo al pubblico online e offline, cioè sui visitatori reali e - soprattutto - sulle interazioni che i profili telematici delle strutture ottengono attraverso i maggiori social network (in particolare Facebook e Twitter). In questo modo si ottiene uno straordinario strumento di rating della reputazione online dei musei più importanti del mondo.
“Questi report sono uno strumento essenziale per i servizi di comunicazione per valutare e capire i loro progressi”.
Con questa motivazione, il progetto ha vinto i premi “People’s Choice” e “Museum Professional” assegnati dall’edizione 2012 di “Museums and the Web”, un congresso annuale - organizzato per l’edizione 2012 a San Diego, dall’11 al 14 aprile - che si pone la missione di “esplorare gli aspetti sociali, culturali, progettuali, tecnologici, economici e organizzativi della cultura, della scienza e del patrimonio culturale online”.
Museum Analytics è organizzato in cinque sezioni, ognuna delle quali fornisce dati assai interessanti. La sezione “onsite” elenca i dieci musei più visitati fisicamente nel 2011: al primo posto troviamo il Louvre di Parigi con 8.880.000 presenze, al secondo il Metropolitan Museum di New York con oltre 6.000.000 di visitatori, al terzo il British Museum di Londra che è stato visto da 5.800.000 persone, mentre nessun museo italiano rientra nella classifica. La sezione “online” dà invece conto dei primi dieci siti web di musei più cliccati nell’anno di riferimento: in questo caso è il Metropolitan Museum ad essere al primo posto, con oltre 47 milioni di consultazioni, seguito dal Victoria & Albert di Londra e dal Museum of Modern Art di New York (mi duole ammettere che, anche in questo caso, non ci sono musei italiani nelle prime dieci posizioni).
Ma i dati più significativi su come le nuove tecnologie influiscano sulla fruizione dei musei si ottengono consultando le sezioni Facebook e Twitter, che forniscono appunto i dati sui primi dieci musei rispettivamente per numero di ‘like’ sulla loro pagina Facebook e per numero di follower sul loro account Twitter. In entrambi i casi, ancora nessun museo italiano in top ten.
La situazione di grave svantaggio dell’Italia in questo campo è ancor più evidente quando si consulti la sezione “Museums”, che permette di navigare tra tutti i musei censiti dal progetto e di ordinarli secondo diversi criteri: città o Stato di appartenenza, interazioni Facebook e Twitter, e visite sul posto. Il dato più clamorosamente negativo che si può riscontrare è che, nonostante la fama mondiale dei nostri musei e il numero di visitatori annui che essi registrano, il primo museo italiano a figurare nella classifica dei ‘like’ su Facebook si trova solo al settantaquattresimo posto: si tratta, non a caso, del MAXXI, Museo Nazionale delle Arti del XXI Secolo, che totalizza 53.960 likes, una cifra tutto sommato notevole se la si confronta con i ‘miseri’ 24.510 della Galleria degli Uffizi, che pure rimane uno dei musei più famosi al mondo (figura infatti al diciassettesimo posto tra i musei più visitati del pianeta, ed è il primo italiano).
La situazione peggiora ancora se analizziamo le cifre per Twitter, dove il primo account italiano compare solo al settantanovesimo posto, ed è quello del portale capitolino Musei in Comune, mentre istituzioni prestigiose come gli Uffizi, il Palazzo Reale di Milano, la Reggia di Caserta e il Museo Egizio di Torino sono completamente privi di un profilo attivo nel più usato network di microblogging al mondo.
Viene dunque da pensare che vi sia un cronico ritardo, nel mondo della cultura ‘ufficiale’ e dei musei ‘storici’ italiani, nell’affacciarsi al mondo dei social network, rispetto a centri espositivi più innovativi e dai contenuti più attuali come appunto il MAXXI (o il MART, Museo di Arte Contemporanea di Trento e Rovereto, il secondo museo italiano in classifica per ‘like’ su Facebook - che figura comunque al novantasettesimo posto). Eppure, è ormai evidente come i social media siano il futuro della comunicazione e della promozione turistica e culturale a livello nazionale e globale: rinunciare ad un simile strumento significa precludersi non solo una grande chance di rilancio dell’intero comparto culturale italiano, ma anche la possibilità di accompagnare la cultura del nostro passato e del nostro presente verso il futuro.

One thing I hear a lot when talking to clients both old and new is the word ‘cool’.
Sometimes they have a really clear idea of the end solution they want, or a list of requirements they need. The words cool and innovation always seem to be used together. So I propose the question, is innovation cool?
Solving Problems
Innovation is about solving real problems. In order to be innovative you need to really understand the problem, be free of any constraints or proposed solutions (requirements are an output of innovation not part of the brief), and have permission to think big. This is where true innovation happens.
Big Ideas
Once you are clear on the problem, it’s then time to look for the big idea. ‘Big’ ideas can be big or small and sometimes they can be quite cool, but almost always they are incredibly simple. Big ideas solve a real problem in a really simple way.
Execution
Once you have a fantastically simple, big idea to solve the problem you then need to execute it. The execution of the idea is usually where the cool stuff happens (what it looks like, how it feels, how it works, even the way you deliver it). But at the heart of the end product is a really simple innovative solution. I believe this is where the confusion often happens. People mix up the cool stuff and the execution with the real innovative big idea; they simply miss the point of innovation.
Innovation is often cool, but cool is not always innovative. For me innovation – solving real problems in really simple ways – is cool. To others it is the execution of innovation that is cool. It really doesn’t matter what your view is. The key is to always start with the problem not a cool solution, otherwise the coolness is only skin deep.
What is your definition of cool? Are cool and innovation the same thing? Is innovation cool?